Murilo Mendes por Ungaretti

La vita vissuta

I

Chi sono io se non un grande sogno oscuro di faccia al Sogno

Se non oscura grande angustia di faccia all’Angustia

Chi sono io se non quell’albero imponderabile dentro la notte

Ferma con quegli appigli che risalgono al fondo più triste della terra?…

II

Da che cosa vengo io se non dall’eterna camminata di un’ombra

Che in presenza delle forti chiarezze si distrugge

Ma che offre nella sua traccia indelebile riposo al volto del mistero

E per forma ha la prodigiosa tenebra informe?

III

Quale destino è il mio se non d’assistere al mio Destino
Fiume che sono in cerca del mare che mi impaura
Anima che sono clamando il disfacimento

Carne che sono nell’intimo inutile della preghiera?

IV

Oh che cos’è in me la donna se non la Tomba

Il segno bianco della rotta del mio pellegrinare

Colei dalle braccia dove cammino verso la morte

Ma ho vita soltanto da quelle braccia?

V

Che cos’è il mio Amore ahimé! se non la luce impassibile

Se non la stella fissa nell’oceano di malinconia

Quale cosa mi dice se non che ogni parola è vana

Quando non riposa nel seno tragico dell’abisso?

VI

Che cos’è il mio Amore? se non il mio desiderio illuminato

Il mio infinito desiderio d’essere ciò che sono oltre me stesso

Il mio eterno partire nella mia enorme volontà di restare

Pellegrino, pellegrino di un istante pellegrino di tutti gli istanti?

VII

A chi rispondo se non a echi, a singhiozzi, a lamenti,

Di voci che muoiono nell’intimo del mio piacere e del mio tedio

A chi parlo se non a moltitudini di simboli erranti

Dalla tragedia effimera che nessuno spirito immagina?

VIII

Qual è il mio ideale se non di fare del cielo poderoso la Lingua

Della nube la parola immortale piena del suo segreto

E delirantemente dal fondo dell’inferno proclamarlo

In Poesia che si espande come sole o come pioggia?

IX

Che cos’è il mio ideale se non il Supremo Impossibile,

Colui che è, e Lui solo, mio affanno e mio anelito,

Che cos’è Lui in me se non il mio desiderio di incontrarlo

E incontrandolo la mia paura di non riconoscerlo?

X

Che cosa sono se non Lui, Iddio nel patimento

Il tremore impercettibile nella voce portentosa del vento

Il battito invisibile d’un cuore nella piana desolata …

Che cosa sono se non Me stesso di faccia a me?

 

(Ungaretti, 1969: 18-20 e Moraes, 1981: 167 e 169)

*  *  *

A vida vivida

I

Quem sou eu senão um grande sonho obscuro em face do Sonho

Senão uma grande angústia obscura em face da Angústia

Quem sou eu senão a imponderável árvore dentro da noite imóvel

E cujas presas remontam ao mais triste fundo da terra?…

II

De que venho senão da eterna caminhada duma sombra

Que se destrói à presença das fortes claridades

Mas em cujo rastro indelével repousa a face do mistério

E cuja forma é a prodigiosa treva informe?

III

Que destino é o meu senão o de assistir ao meu Destino

Rio que sou em busca do mar que me apavora

Alma que sou clamando o desfalecimento

Carne que sou no âmago inútil da prece?

IV

O que é a mulher em mim senão o Túmulo

O branco marco da minha rota peregrina

Aquela em cujos braços vou caminhando para a morte

Mas em cujos braços somente tenho vida?

V

O que é o meu Amor, ai de mim! senão a luz impassível

Senão a estrela parada num oceano de melancolia

O que me diz ele senão que é vã toda palavra

Que não repousa no seio trágico do abismo?

VI

O que é o meu Amor? senão o meu desejo iluminado

O meu infinito desejo de ser o que sou acima de mim mesmo

O meu eterno partir na minha vontade enorme de ficar

Peregrino, peregrino de um instante, peregrino de todos os instantes?

VII

A quem respondo senão a ecos, a soluços, a lamentos

De vozes que morrem no âmago do meu prazer ou meu tédio

A quem falo senão a multidões de símbolos errantes

Cuja tragédia efêmera nenhum espírito imagina?

VIII

Qual é o meu ideal senão fazer do céu poderoso a Língua

Da nuvem a Palavra imortal cheia de segredo

E do fundo do inferno delirantemente proclamá-lo

Em poesia que se derrame como sol ou como chuva?

IX

O que é o meu ideal senão o Supremo Impossível

Aquele que é, só Ele, o meu cuidado e o meu anelo

O que é Ele em mim senão o meu desejo de encontrá-lo

E O encontrando, o meu medo de não o reconhecer?

X

O que sou eu senão Ele, o Deus em sofrimento

O tremor imperceptível na voz portentosa do vento

O bater invisível de um coração no descampado…

O que sou eu senão Eu Mesmo em face de mim?

 

(Moraes, 1981: 166 e 168)

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Nel 1997, la Biblioteca Nazionale di Roma ha acquistato alcuni manoscritti e dattiloscritti di Ungaretti intitolati Poesia del Brasile (segnatura: VITT. EM. 1656) in cui è anche compresa la nostra poesia con alcune correzioni autografe che vedremo nelle varianti.

Originale vs traduzione (1969a)

Tradurre la poesia significa – come scrive Sansone (1991: cap. I) – rispettare l’ars combinatoria dell’originale che si struttura, come la traduzione, sui due assi saussuriani: sintagmatico e paradigmatico. L’asse sintagmatico, in poesia, non è solo l’ordine delle parole, ma la conservazione del ritmo con le sue battute e le sue pause. L’asse paradigmatico è quello della sinonimia, ma anche qui gioca un ruolo altrettando importante la melodia.

Mettendo a confronto la poesia di V de M e la traduzione – per ora ci soffermeremo ulla traduzione definitiva del 1969, ritornando in un secondo tempo sulle varianti –, vediamo che GU rispetta.